Vittorio Mantelli, la memoria viva di un compagno

LA CITTÀ DEL VOLO. SI PUÒ FARE.

18 febbraio 2016 ore 17,00 presso la sala conferenze del Comune di Fiumicino

Nel ricordare Vittorio Mantelli, storico esponente della Sinistra romana e locale, da sempre impegnato nelle lotte aeroportuali e da ultimo delegato alle politiche agricole del Comune di Fiumicino, sarà aggiornata e rilanciata l’idea della Città del Volo, il progetto per la promozione, lo sviluppo socio-economico e per la gestione dei selvaggi processi di ristrutturazione aziendale che hanno coinvolto i dipendenti dell’aeroporto di Fiumicino. Una problematica quella dell’espulsione dei lavoratori con diritti, sostituiti negli anni da migliaia di precari, che si è ampliata e alla quale la legge può porre rimedio.

L’idea partita da Mantelli nel 2005, mira quindi a trasformare Fiumicino in un distretto di servizi aeronautici ad alto contenuto professionale.

L’iniziativa sarà un’occasione per fare il punto della situazione insieme a istituzioni, sindacati e cittadini.
 

Parteciperanno: Marco Trasciani ( Lavoratore Alitalia e membro del Laboratorio Città del Volo)  Ivano Peduzzi (Ex Consigliere Regionale del Lazio) Esterino Montino (Sindaco di Fiumicino) Anna Maria Anselmi (Assessore Attività Produttive del Comune di Fiumicino), Esponente di Sel,  Silvana de Nicolò (M5S) Eugenio Stanziale (Filt Cgil Roma e Lazio), Susi Colella (USB), Antonio Amoroso (CUB), Riccardo Filesi (Comitato CORISTA).

 

Introduce Fabio Sebastiani (Giornalista di Controlacrisi). Coordina Angelo De Marco (Associazione teRRRe)

Giovedì 18 Febbraio alle ore 17,00 presso la sala conferenze del Comune di Fiumicino in via Portuense 2498, si terrà la presentazione dell'iniziativa “La memoria viva di Vittorio Mantelli. LA CITTA’ DEL VOLO. SI PU0’ FARE”, organizzata dall’ Associazione TeRRRe e da Associazione Culturale Controlacrisi.

Per info:

Angelo De Marco: 337.74257415 info@terrre.it

 

Fabio Sebastiani: 333.83716833 fa.seba@hotmail.it

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17 febbraio 2015

Di Fabio Sebastiani

Noi comunisti non abbiamo un altro modo di commemorare che non sia quello di rendere vivo ciò che i compagni ci hanno lasciato. Forse è per quel bisogno necessitante e costituente della lotta, e di capire attraverso la lotta.

Patrimonio, quindi, e non ritualità, per quanto laica la possiamo rendere.

Forse è proprio nel momento del dolore in cui siamo più fragili emotivamente, ma anche più pronti a riflettere, che ci accorgiamo del valore di quanto i compagni e le compagne hanno fatto nel periodo della loro permanenza tra noi. Piuttosto che nelle nostre stupide dispute politiche interne in cui rimaniamo tutti vittime delle contingenze nel tentativo di vincere chissà cosa poi, è proprio riferendoci al primato di far prevalere la giustizia sociale in ogni condizione che dobbiamo trovare la forza di mettere a frutto l’eredità dei compagni e delle compagne che ci hanno lasciato.

Tutta la nostra vita è pensata in funzione della lotta. E’ per questo che, passatemi il termine, non possiamo morire. Non possiamo morire nel senso che ciò che alimenta la lotta è il significato più vero della nostra vita.

Individualmente dovremmo aver presente che a parlare di noi non dovrà essere, e lo dico in senso autocritico, questo o quel documento di partito,ma l’esempio. L’esempio che si trasmette corpo a corpo, vita a vita, parola ad orecchio. Vittorio questo l’aveva capito perfettamente. Ad una grande attenzione a quelli che sono i documenti ufficiali, le parole della politica, attraverso una sapienza e una scaltrezza da cui c’era sempre da imparare, Vittorio sedimentava dentro tutti coloro che entravano in relazione con lui una empatia unica. Non conosco bene i termini della psicologia relazionale. So solo che dopo averlo incontrato potevi dire di avere una ricchezza in più. Sapeva capire ciò di cui avevi bisogno in quel momento e si faceva in quattro per trovarlo e donartelo.

Come traduceva in prassi politica questa sua dote naturale? Nei suoi occhi ho sempre colto che, appunto, il confronto con l’altro non era mai solo una sfida e basta ma una condivisione a partire da una valutazione matura e consapevole sul profilo delle opposte ragioni. Vittorio capiva di te ciò che nemmeno tu eri in grado di intuire.

E ancora, a modo suo, e in modo sostanziale nella sua pratica politica, Vittorio è stato sempre quel precursore del “camminare domandando” che poi ha avuto tanto successo nella cultura del movimento altermondialista.
Vittorio aveva chiaro che non c’era nessuna coalizione di lavoratori o di cittadini,o anche di semplici persone, che prima non collaborasse a formare un “noi” basato su una ricchezza di storie individuali. E questo poteva avvenire solo dando il primato alle domande piuttosto che alle certezze. Anzi, in lui la domanda era lo strumento per far agire la certezza. Un’arte che molti alti dirigenti di partito non sanno nemmeno dove stia di casa.

Vittorio aveva chiara l’emancipazione sociale, di cui è stato lui stesso un chiaro e rotondo esempio. Parlo dell’emancipazione conquistata con un duro lavoro e la capacità di mettersi sempre in discussione. Sapeva che l’emancipazione sociale andava costruita giorno per giorno nei tempi lunghi dei valori, il primo che mi viene in mente è il rispetto e la solidarietà, e non prodotta in base a uno schema astratto derivato dagli algortmi di partito.

E’ per questo che conosce il valore dell’ascolto, un valore che dall’azione sindacale lo porterà direttamente all’inchiesta e al bollettino. Attraverso l’inchiesta Vittorio aveva intravisto la possibilità di dare uno slancio all’emancipazione senza farsi parlare addosso da questo o quell’intellettuale. Uno slancio che finalmente poteva partire da un noi collettivo senza delegare alcuna teorizzazione.

Voglio dire una cosa in più su questo capitolo importante dell’Inchiesta. Non va sottaciuto il fatto che dentro quel gruppo, oltre ad Anna Cotone, Eliana Como, e tanti altri giovani, c’era Vittorio Rieser,una delle punte più alte della ricerca teorica e pratica del movimento sindacale. Questo non è un dato scontato. Cioè,voglio dire che non va dimenticato che la formazione politica di Vittorio è nell’ambiente romano che in quanto a legami con la classe operaia non è che abbondasse né che ne facesse uno dei suoi filoni di sviluppo. Vittorio, uno dei pochi dirigenti politici e sindacali che il posto di lavoro in produzione l’aveva vissuto fin nelle ossa, aveva quindi chiari i limiti di un perimetro di azione politica incapace di andare oltre la propria autoreferenzialità.

Il retaggio di Roma Capitale, purtroppo, ha contaminato anche la sinistra. E ciò ha prodotto guasti senza pari. La politica politicante è nata qui. E qui ha prodotto nella sinistra, frutti avvelenati e disorientamento. Artificiosità e finzione che furono da subito elementi di riflessione per Vittorio sia nel periodo giovanile, in cui si avvicinò alla lotta armata, che dopo con Rifondazione comunista. Non c’era il mito della classe operaia, no. C’era la consapevolezza che la narrazione politica a sinistra, se così la vogliamo chiamare, era già allora inadeguata a capire il nuovo, ciò che si affacciava nella società reale, nello stato presente delle cose. Non ci poteva stare dentro una formula imbozzolata per quanto nobile,come il compromesso storico, la voglia di cambiare e di rompere con lo sfruttamento selvaggio, il ricatto, una pratica della costituzione e quindi della resistenza, già ossificata, l’impunibilità di quelli che già allora erano i poteri forti.

La realtà è più complessa di qualsiasi racconto consolatorio. E Vittorio prende coscienza che quanto la sinistra storica andava mettendo in campo era la consolazione di un reducismo, lontano anni luce da quello che accadeva nel paese. E quando arriva nel mondo del lavoro Vittorio si rende conto che il primo rimosso è proprio la precarietà. Siamo verso la fine degli anni ottanta. Siamo all’epoca, parlo per esperienza diretta, in cui le agenzie interinali,cioè il capolarato, agivano clandestinamente, non scherzo, portando braccia e menti nella galassia degli uffici delle partecipazioni statali,dimostrando così che la tratta dei corpi in mano alle mafie aveva saldi rapporti con la politica.

Per esercitare la lotta c’è quindi bisogno innanzitutto di analisi. C’è bisogno di quella che io chiamo la terza responsabilità. Se la prima è quella di prendere parte e la seconda è quella di esercitare sempre il punto più alto della mediazione, la terza è quella della conoscenza di ciò di cui si sta parlando. E Vittorio questo ce l’ha presente in modo definitivo. Una conoscenza partecipata e condivisa che era alla fine il vero motore della lotta. Senza infingimenti, né paracaduti e piattaforme su cui planare, Vittorio mirava ad aprire le contraddizioni laddove queste esistevano realmente e non nell’illusione della politica.

E’ la verità operaia, appunto, quella che non si adagia sui facili slogan, ma che penetra il reale senza porsi limiti proprio perché alla base c’è l’urgenza del cambiamento della propria condizione. In questo gli anni ’70 hanno un valore tutto speciale. E’ lì che tra controinformazione e inchiesta l’urgenza del cambiamento, già connotata grazie alle culture emergenti da una condizione di massa senza precedenti, diventa un riferimento immediato. Come si poteva immaginare di trattenere quella forza entro uno schema fragile e ideologico come quello del compromesso storico? Non fu proprio il compromesso storico a produrre il primo strappo con quella memoria della resistenza per la quale l’urgenza del cambiamento era una valore ancora attuale? Vittorio,come tanti di noi, era uno che andava alle assemblee dell’Anpi per fischiare quei partigiani ossificati e ligi alla linea di partito che ci spiegavano come la democrazia era il bene più prezioso del mondo salvo declinarla come cristiana o, peggio, istituzionale.

E’ falso dire che ci fu una generazione di estremisti. Ci fu una generazione di esclusi, di “violentemente buttati fuori”. Lì si fecero le prove generali di quello che venne dopo, le gravi ferite alla democrazia e ai diritti. Vittorio non era, come molti di noi del resto, un ribelle. Vittorio era uno che in età giovanile affrontò la durezza del lutto da se stessi, dalla propria condizione, dal proprio bisogno di emancipazione. Avevamo dieci anni quando ci fu la bomba di piazza Fontana. Come volevate che venivamo su, con l’oltraggio trattenuto nel cuore? Avete avuto il tempo di cui c’era bisogno. Eppure i fascisti sono ancora fuori.

Ma tornando alla pratica sindacale e politica di Vittorio, un concetto chiave è quello della democrazia. La rivendicazione, anzi, di una democrazia che non si fermava davanti a ruoli e procedure formali, ma che rimetteva sempre tutto in discussione a partire dal “diritto di parola”. Il diritto di parola degli sfruttati, di chi tentava di alzare la testa di fronte al ricatto del lavoro, di chi affermava il valore della propria diversità nel consesso di una società che si immaginava realmente integrata. Il diritto di parola anche di chi non provava a lottare. Vittorio aveva comunque un grande rispetto anche per loro. E qui entriamo nell’ambito della sua azione sindacale, quello spazio di base che Vittorio apriva al confronto incondizionato. Per lui non cerano lavoratori insensibili. I crumiri, quelli erano pagati dal padrone. Gli insensibili, i lontani, erano per lui un motivo di riflessione. Molti si sono avvicinati al sindacati grazie alla sua carica, alla sua spinta al coinvolgimento, alla sua disponibilità, grazie a quello che riusciva a trasmettere senza usare le parole, ma creando la magica aurea del “noi”.

L’intercalare di lotta e studio, mobilitazione e riflessione, sembrava dargli forza perché aveva chiaro come non la politica poteva essere solo un arnese e non l’orizzonte della presa di coscienza. E quindi la politica andava usata al momento opportuno. In questo fu un grande maestro capace di montare qualsiasi vertenza e di sedimentare comunque un risultato. Solo da lui potevi imparare all’atto pratico a trattare i livelli istituzionali come andavano trattati, e cioè al servizio dei cittadini.

Vittorio era tutto questo. E tutto quello che avrebbe potuto essere se fosse ancora qui tra noi sta a noi capirlo, anche sondando dentro di noi e continuando ad interrogarci.

Da qui il senso di questo lavoro che, speriamo, prenda presto forma.

 

20 giugno 2015 

Alla Bibliogramsci un evento per ricordare Vittorio e per far ripartire l’inchiesta sul territorio, dalle scuole ai centri commerciali 20 giugno 2015.

La vita di un uomo che ha creduto nella centralità dei lavoratori e delle lavoratrici nei posti di lavoro. L’inchiesta come “cassetta degli attrezzi “ per analizzare il vissuto quotidiano e per combattere la precarietà del lavoro. L’Inchiesta come strumento di democrazia. 

 

7 Gennaio 2015 

Vittorio Mantelli, un ricordo di Eliana Como: "Quegli anni indimenticabili appresso alla pratica dell'inchiesta sociale"
Ho conosciuto Vittorio oltre 10 anni fa, quando coordinava il gruppo inchiesta di Rifondazione. La sua perdita mi svuota dentro, perchè Vittorio mi ha dato tanto, sia dal punto di vista personale che politico.
E' stato un caro amico, abbiamo condiviso gioie e dolori e mi è stato vicino quando ne ho avuto bisogno. Ho l'impressione che Vittorio si prendesse cura degli altri, assai più di quanto poco si prendeva cura di sé.

Quando conobbi Vittoro lavoravo all'Ires e all'università e lui mi chiese di collaborare con il gruppo inchiesta di Rifondazione. Fu lui a farmi capire come la mia professione potesse diventare strumento politico. Di questo gliene sarò grata per sempre. Tutto il resto, per me, venne dopo, compreso il fatto di lasciare l'università per il sindacato.
Sono certa che nella mia vita incontrare Vittorio è stato un momento decisivo e gli riconoscerò sempre di avermi insegnato con la pratica del lavoro molto più di quanto non potessero insegnarmi i libri all'università.
Vittorio credeva davvero nell'inchiesta, alla maniera e sull'esempio – con le dovute differenze e con i pochi mezzi che avevamo - di Raniero Panzeri e di Vittorio Rieser, cioè non tanto o non soltanto come mezzo di conoscenza ma soprattutto come strumento di partecipazione diretta e di coinvolgimento delle persone interessate nella pratica politica.
L'inchiesta come la intendevamo doveva rispondere prima di tutto a una domanda di ascolto e di visibilità delle lavoratrici e dei lavoratori. Il tentativo era di non considerarli oggetti passivi, ma coinvolgerli in iniziative che permettessero loro di parlare e soprattutto, dove era il caso, di denunciare le loro condizioni di lavoro in prima persona. L’inchiesta doveva fornire, oltre che un punto di vista, uno strumento e una pratica concreta di intervento sulla realtà.
Con questa idea partimmo un giorno per Melfi, poco dopo i 21 giorni, per parlare con i delegati della Sata e costruire con loro una inchiesta per provare a capire da dove fosse scoppiata improvvisamente - e apparentemente quasi per caso - la loro straordinaria lotta. Questa fu la prima delle tante cose che facemmo insieme e fu grazie a lui che, con Fabio Sebastiani, pubblicammo nel 2008 a puntate su Liberazione i risultati dell'inchiesta della Fiom, a cui nel frattempo avevo partecipato e che di quello spirito era interamente permeata.
Vittorio non aveva le competenze tecniche "istituzionali" della ricerca sociale. Ma aveva la cosa più importante che serve per fare inchiesta, quella che raramente ho ritrovato in professori universitari pieni di titoli: la grandissima capacità di capire gli altri e di immedesimarsi con loro e il grande - grandissimo - rispetto per le lavoratrici e i lavoratori, sempre e comunque. Vittorio aveva una profonda cultura proletaria, di classe, in qualche modo operaia, nel senso più profondo del termine e da questa partiva. Non era soltanto il fatto di riconoscere la centralità del lavoro. Era proprio la capacità di rispettare le lavoratrici e i lavoratori e di pensare che qualsiasi decisione politica si prendeva dovesse partire dai loro bisogni e dalle loro condizioni di vita e di lavoro e soprattutto a loro dovesse ritornare.
Questa, credo, è stata la cifra più importante di quello che provò a fare Vittorio con il gruppo inchiesta, tentando faticosamente - a volte una fatica di Sisifo - di permeare anche il resto del partito di questa cultura.
Negli anni, ognuno prese la sua strada, io feci altre scelte e il contesto politico cambiò come tutti sappiamo. Ma quella idea dell'inchiesta, la dedizione assoluta alla militanza di base e l'entusiasmo di Vittorio in quegli anni non le dimenticherò mai e resteranno per me sempre un insegnamento di vita e di pratica politica.
Di Vittorio ricorderò questo, ma ancora prima la sua immensa umanità e la sua grandissima generosità. Così come ricorderò la capacità che aveva di farti ridere, fino alle lacrime a volte. Spesso, più tentava di essere serio, più riusciva a farci ridere.
Già, raramente mi sono divertita così tanto a fare politica come con te, caro Vittorio! Grazie di tutto! Mancherai a tutti!

7 gennaio 2015

Il Sindaco di Fiumicino Esterino Montino

Vittorio era un uomo affettuoso e intelligente, di grande umanità, sempre impegnato politicamente. Lo avevo scelto come delegato all’agricoltura, in quello che è il secondo Comune agricolo del Lazio, proprio per le sue capacità, la sua dedizione alla cosa comune e la sua conoscenza del settore agricolo. È stato lui, tra l’altro, uno dei promotori dello sportello dell’agricoltura del Comune di Fiumicino, realizzato per l’ascolto, l’indirizzo, l’informazione e il sostegno agli operatori del settore.
Ma Vittorio è stato molto di più: ricordo con affetto le sue mille battaglie svolte nel nostro territorio, a difesa dei più deboli, delle persone in difficoltà, di coloro che più avevano bisogno, sempre in prima linea nelle lotte in difesa dei lavoratori aeroportuali. Con lui ci mancherà un amico e un esempio di impegno politico. A nome mio e dell’amministrazione che rappresento giungano le più sentite condoglianze alla famiglia per il grave lutto che li ha colpiti”.

 

Marcello Pesarini 9 gennaio 2015 - 8.58

Ciao Vittorio,
oggi vedendo il tuo volto mi sono ricordato il tuo linguaggio ed i tuoi gesti, che usavi quando venivi nelle Marche. Da soli un insegnamento di comunismo. Vorrei che queste fotografie restassero davanti ai nostri occhi a lungo, per il nostro bene. Tu non li hai sprecati, ma cercheremo di non farlo neanche noi.

Alberto Deambrogio 8 gennaio 2015 - 11.36

Non sempre, anche nelle comunità che si vorrebbero solidali, sensibili, umane è dato  trovare persone in grado di vivere nel quotidiano quei valori a volte ipocritamente sbandierati. Oggi che vivo distante da molte cose e da quasi tutti, mi piace pensare di avere conosciuto Vittorio anche solo di sfuggita.Vale sempre la pena di conoscere i “semplici” che si danno un’etica e la seguono nei fatti. Grazie.